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Articoli - Salute e Medicina

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Ecstasy come Alzheimer?


Il morbo di Alzheimer, scoperto e diagnosticato per la prima volta a Tubinga, in Germania, il 3 novembre del 1906, è un processo degenerativo che attacca le capacità intellettuali dovuto fondamentalmente ai depositi della betamiloide, ovverosia la proteina che, andandosi ad accumulare tra i...

manuelina
20/03/2008 10:01

Il morbo di Alzheimer, scoperto e diagnosticato per la prima volta a Tubinga, in Germania, il 3 novembre del 1906, è un processo degenerativo che attacca le capacità intellettuali dovuto fondamentalmente ai depositi della betamiloide, ovverosia la proteina che, andandosi ad accumulare tra i neuroni, si trasforma in una sorta di vero e proprio collante capace di inglobare placche e nodi neurofibrillari. [attachment=272] Questo processo, accompagnato normalmente da una diminuzione progressiva e irreversibile dell’ acetilcolina, la sostanza che regola nel cervello la funzione della memoria e delle altre attività intellettive, provoca di fatto un malfunzionamento delle trasmissioni nervose dei neuroni, al punto da provocare nel malato perdita di memoria e progressivo calo del livello di autosufficienza. Il morbo, il cui decorso può avere una durata che va mediamente dagli 8 ai 10 anni, si articola fondamentalmente in 3 fasi differenti: durante il primo stadio, in cui il soggetto colpito resta ancora capace di badare a sé stesso, cominciano dei piccoli vuoti di memoria improvvisi e costanti, che si manifestano generalmente in episodi come il riporre nel posto sbagliato oggetti che si usano magari quotidianamente e da anni, non ricordare il nome delle cose più comuni, perdere la strada di casa. Durante la seconda fase invece questi sintomi si aggravano, arrivando a portare problemi di linguaggio, aumento dello stato confusionale, difficoltà a camminare e muoversi autonomamente, perdita della capacità di riconoscere amici e familiari. Nel terzo e ultimo stadio il malato deve essere assistito continuativamente, è definitivamente incapace di ricordare, esprimersi e muoversi correttamente, non riesce a mangiare da solo. [attachment=273] Ebbene, mentre dall’Australia proprio in questi giorni arriva la notizia secondo cui un’èquipe di medici avrebbe scoperto che somministrando un farmaco chiamato PBT2 sarebbero possibili notevoli rallentamenti del processo degenerativo, i risultati di un’altrettanto recentissima ricerca condotta questa volta dai laboratori del Neuromed di Pozzilli, in provincia dell’italianissima Isernia, e pubblicati sul Journal of Neuroscience, sono riusciti ad identificare più nel dettaglio le cause dello scatenarsi e dello sviluppo del male, arrivando tra l’altro senza troppi complimenti ad accostare le degenerazioni provocate dall’Alzheimer con i danni dovuti all’uso di Ecstasy. [attachment=274] Carla Buscati, coordinatrice della ricerca, ha a questo proposito spiegato: “Abbiamo osservato delle alterazioni nella struttura che sostiene la cellula, chiamata citoscheletro. Il citoscheletro è composto da una proteine organizzate in una struttura molto ordinata, ma l'ecstasy agisce modificando una di queste proteine, chiamata Tau. Di conseguenza la struttura che sostiene la cellula si altera e comincia ad aggregarsi all'interno della cellula formando grovigli del tutto simili a quelli che sono nel cervello delle persone colpite da demenza. Queste alterazioni, prosegue la ricercatrice, sono localizzate soprattutto nella struttura del cervello che controlla memoria e apprendimento, chiamata ippocampo. In altre parole, i "grovigli" della proteina alterata finiscono per bloccare il circuito in cui si formano i ricordi. Basta una pasticca presa una sola volta per provocare alterazioni come queste.” [attachment=275] La dottoressa inoltre, in merito al procedere delle analisi, ha specificato che “facendo studi di neurotossicità dovuti all'ecstasy ci siamo chiesti se l'uso della sostanza in questione potesse determinare un danno ai neuroni. Nello studio, durato due anni, sono state somministrate a topi dosi di ecstasy equivalenti a quelle che hanno effetto sul cervello umano: da una pasticca di 120 milligrammi, come quella che un giovane può consumare una sera in discoteca, a una pasticca somministrata per sei giorni consecutivi. Dopodiché si è osservato che cosa era avvenuto nel cervello, e i risultati degli effetti fra l’Alzheimer e la somministrazione di Ecstasy sono stati sorprendentemente simili.” La stessa Buscati, in conclusione, aggiunge che “il problema adesso è capire fino a quando questi effetti restano reversibili, mettere a fuoco cioè dove si trovi quella soglia oltre la quale le alterazioni da Ecstasy diventano permanenti e irreversibili. Ci si chiede inoltre se anche nel caso di uso non prolungato possa esserci la comparsa di conseguenze che emergano magari a lungo termine: su queste e molte altre domande cercherà di fare chiarezza la seconda fase, appena avviata, delle nostre ricerche.” Che dire, buon lavoro.



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