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Articoli - Cinema

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Sweeney Todd, il demoniaco barbiere di Fleet Street


L’idea di realizzare un film cupo e tendenzialmente horror pensato per il cinema impostando la pellicola su una struttura chiaramente propria del musical teatrale non ha portato troppa fortuna al buon Tim Burton, che se per un verso non delude l’affezionato spettatore regalando l’ennesima perla di...

manuelina
22/03/2008 12:11

L’idea di realizzare un film cupo e tendenzialmente horror pensato per il cinema impostando la pellicola su una struttura chiaramente propria del musical teatrale non ha portato troppa fortuna al buon Tim Burton, che se per un verso non delude l’affezionato spettatore regalando l’ennesima perla di scenografia accuratissima e spettrale, in una parola ad effetto, d’altra parte lo fa addormentare zoppicando più e più volte nel tentativo di far decollare il ritmo della storia, che rifacendosi appunto ad un genere che poco ha a che fare con le dinamiche del grande schermo, finisce per risultare lento e, non volendo arrivare a dire noioso, diciamo pure un bel po’ statico. [attachment=276] Lo sbilanciamento di fondo di questo lavoro, giocato nelle intenzioni dell’autore su note decisamente sanguinolente che strizzano l’occhio allo splatter alternate a momenti di struggente (quello di Benjamin Barker)ma anche di sognante (quello di Mrs. Lovett )romanticismo, lascia di fatto piuttosto perplessi e ricorda in questo l’altro tentativo intenzionalmente sperimentale che Burton sfornò nel 2001, vale a dire "Planet of the Apes – Il pianeta delle scimmie", il rifacimento della pellicola omonima girata nel 1968 (che si aggiudicò il Razzie Award come peggior remake di quell’anno), e ripresa come da copione dall’omonimo romanzo di Pierre Boulle. Nello sforzo di miscelare in maniera accattivante macabro e ironia, la sceneggiatura intesse la trama – monotematica al massimo – di personaggi prevedibili quanto estremamente poco incisivi, fatta eccezione soltanto per la signorina Lovett, proprietaria della pasticceria peggiore della città, e per il barbiere-ciarlatano Adolfo Pirelli, che a parte concederci il piacere di rivedere in azione Sacha Baron Cohen, meglio noto a noi del popolo come Borat, stride però di netto con tutto il resto della faccenda, rendendosi a impatto veramente poco amalgamabile e nemmeno troppo utile ai fini di una qualche spinta all’intreccio incespicante della storia. [attachment=277] Il colpo di grazia ai danni di questa creatura che nelle intenzioni avrebbe dovuto invadere le sale all’insegna della rottura di un genere, il musical, riproponendolo in salsa fedele ma pur sempre svecchiata, originale e giocosamente provocatoria, lo fornisce l’interpretazione piatta e stereotipata degli attori, che nella comprensibile ansia da prestazione dovuta all’esigenza di mettersi davanti alla macchina da presa in versione bene o male inedita di cantanti, finiscono con il muoversi sulla scena aggrottando ciglia, sbranando occhioni e sospirando sotto le finestre di eteree donzelle imprigionate, con il risultato inevitabile, per carità onestissimo per un certo genere di teatro quanto però inadatto al grande schermo, di scivolare dallo status di cast di attori a quello di compagnia di figuranti. La scenografia, che si sollazza in una Londra digitale fumosa e cupa quanto Gotham City e che, trattandosi di Burton, risente di quel certo insistente retrogusto che sa di già visto, resta comunque magica e talmente ben fatta che non c’è veramente nulla da dire salvo bravi bene bis: si tratta di un gioiello che esce dall’ispirazione dei nostri Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, che si sono meritatamente portati a casa l’oscar di quest’anno a riconoscimento di un lavoro che quanto a livello ed effetto ha dato la polvere al resto della rosa dei co-candidati e questo è tutto dire. Già più contestabile invece la nomination all’oscar come migliore attore protagonista di Johnny Depp che in effetti, se vogliamo dirla proprio tutta, aveva fatto molta più figura nei panni del capitano Sparrow piuttosto in questi da novello Edmond Dantes canterino in cerca della solita vendetta spietata e ritrita. [attachment=278] Ma vediamo la trama: Benjamin Barker (Johnny Depp), giovane barbiere innamorato e fresco padre di famiglia, viene strappato di punto in bianco dalla sua vita e dalle braccia della dolce mogliettina per ordine del bieco giudice Turpin (Alan Rickman), che invaghitosi della ragazza pensa bene di togliere il povero Barker di mezzo e farlo deportare in qualche non meglio precisata e sperduta galera. Tornato a Londra 15 anni dopo invecchiato e corroso di odio, Benjamin ritrova la sua casa ma neppure una traccia della famiglia di allora: al posto del negozio da barbiere di una volta c’è la pasticceria in fallimento della strampalata Mrs. Lovett, (Helena Bonham Carter)che intuisce l’ identità del nuovo avventore e gli racconta della morte per avvelenamento della mogliettina e della prigionia dorata della figlia ormai adolescente (Jayne Wisener) che, ironia della sorte, è stata adottata dal solito giudice e tenuta rinchiusa fra stucchi e merletti, carcerata di lusso e preda della gelosia del suo cosiddetto benefattore. Mrs. Lovett, quasi per caso, si ritroverà a sostenere e condividere con Barker un piano di vendetta che, messo in moto per riparare l’ingiustizia subita e arrivare al giudice Turpin, finirà con lo sfociare in una carneficina cieca e cannibale, portata avanti a suon di colpi di rasoio e messa in piedi dalla vittima Benjamin che si trasforma nel barbiere demoniaco e assassino Sweeney Todd, tanto accecato dalla sua sete di rivalsa da non riconoscere e beffardamente uccidere la moglie, che non era affatto morta, e perdersi allo stesso modo l’insperato incontro con la figlia, che s’introduce per caso nel suo sanguinolento salone travestita da garzone e che lui non solo non riconosce ma addirittura per poco non fa fuori. Questa favola gotica insomma, riadattata sul pezzo teatrale originale di Stephen Sondheim, è sì parente stretta di "Edward mani di forbice" e "Sleepy Allow", ma con loro convide piuttosto fumi, atmosfere, stati di oppressione del giusto tartassato dai brutti e cattivi, tuttavia stavolta niente happy end, niente finale con spiragli di luce per nessuno dei personaggi, a cominciare dalla povera Mrs. Lovett che muore cotta al forno per mano dell’amato Sweeny, che la punisce per avergli fatalmente mentito, per amor suo, sulle sorti della moglie. La conclusione cruda, assente di qualsiasi traccia di speranza o consolazione, s’impone sulla vicenda e ne risolleva un po’ le sorti togliendole però ancora di più, se possibile, quel suo margine iniziale di favola noir, connotando definitivamente questa strana creatura come una sorta di bolla gotica sospesa fra 2 generi e al momento ancora in cerca d’identità: forse non sarà il film più coinvolgente della storia del cinema, ok, ma l’esperimento qualcosa di nuovo in sé ce l’ha, questo sì. Che ridendo e scherzando fossimo di fronte agli albori di un filone, seppur da ritoccare, nuovo di zecca? Ai posteri l’ardua sentenza.



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